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PASUBIO 1918 – 2018 “Per non dimenticare” La Strada delle 52 gallerie

“C’è l’abbiamo fatta” frase liberatoria pronunciata alla fine del campo nazionale “Pasubio 1918 – 2018”. Infatti dopo aver lavorato per mesi alla preparazione del campo, su cosa fare, su itinerari, proposte, gestione cambusa il mercoledì pomeriggio precedente all’evento Andrea mi chiama e dice: “Anna hai visto le previsioni metereologiche?” No!!!. Da ...

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Il bello di stare insieme

Da oltre vent’anni la nostra Comunità di Saronno è gemellata con la Comunità del Liechtenstein e periodicamente ci scambiamo visite: loro vengono in Italia e noi andiamo da loro. Ci accomuna un progetto di cooperazione internazionale: insieme sosteniamo Harambee (che in Swahili significa “lavoriamo insieme”), un progetto per favorire l’autosviluppo in ...

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M.A.S.C.I. Comunità “la Strada” Dueville

Nella nostra comunità consideriamo il campo estivo il momento più atteso dell’anno in corso. Preparare il campo estivo è come forgiare la comunità, che divisa in vari gruppi si presta a preparare  il programma . Quest’anno siamo partiti con un nuovo metodo suggerito all’incontro di inizio di tutte le comunità venete. Abbiamo ...

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R.D.Congo: Le Formiche Emigrano

riceviamo e pubblichiamo da p. Alberto Rovelli Missionnaires d'Afrique Bukavu   RD CONGO   C’era una volta , nella foresta del Congo, un giovane che parlava con gli animali. Un giorno, andando a caccia, incontra, una lunga colonna di formiche nere che  gli tagliano la strada; un po’ timoroso si ferma stupito per la loro organizzazione!  incolonnate ...

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Relazione del SR Calabria sulle attività del 2017-2018

Carissime sorelle e fratelli AASS, un altro anno ricco di passione ed entusiasmo è volato via tra le parecchie attività che via via si sono presentate. Dopo i diversi campi di comunità, il primo Consiglio Regionale del 30 SETTEMBRE - 01 OTTOBRE 2017, con pernotto, ci ha permesso “donandoci del tempo” di ...

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Iniziativa di AFET AQUILONE onlus

La nostra Associazione, che, attraverso progetti di inclusione sociale e lavorativa, si occupa di persone in difficoltà, sta organizzando il trasferimento della sua sede in Via Galata 39A. Oltre dieci anni fa, gli scout frequentavano gli stessi locali per riunioni e per rifornirsi di equipaggiamento e divise. Molti soci di Afet Aquilone onlus hanno un passato scout e, pensando di svolgere ...

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“Europa: storia di pace?”

Preparando la route ‘s/confini di pace 2018’ abbiamo incontrato Raoul Pupo, docente di Storia Contemporanea presso l’università di Trieste, e con lui abbiamo anche registrato una chiaccherata sul tema della Pace, con un occhio particolare alla storia europea.

Quanto ci dice pensiamo possa arricchire la conoscenza e l’attenzione di ogni A.S., offrendo spunto per approfondimento e confronti  a tutte le comunità interessate.

La pattuglia pace e lo stesso Raoul, restano a disposizione per proseguire il dialogo….

Buona lettura!

La pattuglia pace 

  • Quando pensiamo alla Storia, molto spesso la prima reazione è quella di associarla alla narrazione di conflitti, guerre, distruzioni, invasioni….. è giusto?

1.Naturalmente si, perché quello che rimane più impresso nella memoria sono i drammi, non la quotidianità dell’esistenza, per questo aspetto bisogna scavare molto di più. In secondo luogo tradizionalmente gli storici si sono dedicati di più alla storia politica, militare, alla storia delle battaglie, cioè alle grandi rilevanze, alla grande storia, quella dei grandi protagonisti, e questa è una storia fondamentalmente di conflitti. Ma non è l’unica storia possibile: basta allontanare lo sguardo dall’immediatezza e si riescono a scorgere le continuità, le permanenze, i fenomeni di lunga durata, rispetto ai quali i continui conflitti che saltano all’occhio dell’osservatore superficiale perdono invece di importanza. Questo, almeno, fino a ieri. Oggi, per la prima volta nella sua storia, l’umanità ha invece possibilità di innescare in un tempo brevissimo cambiamenti irreversibili dell’ambiente in cui vive e quindi di mutare bruscamente il corso della storia. Una bella responsabilità….

  • Sarebbe possibile una storia che mette in luce la pace, i progressi e gli sviluppi umani che da essa sono derivati?
  1. Certamente, è possibile raccontare tutto, perché ogni narrazione implica una scelta, ma la storia a tesi è sempre pericolosa, perché semplifica fortemente e quindi deforma la realtà, a prescindere dalle migliori intenzioni possibili. La vera sfida della storia è quella di rendere comprensibile la complessità: e questo è importante non solo sul piano della conoscenza, ma anche su quello civile, perché è nella complessità del reale che avvengono le nostre scelte quotidiane. Quello dello storico è essenzialmente uno sguardo critico, che abitua a non accontentarsi delle approssimazioni, pur sapendo che sono inevitabili. Se fatto bene, respingendo la tentazione di farsi storico di qualcosa o di qualcuno, non è un mestiere che aiuti a farsi molti amici….
  • In questi giorni si stanno celebrando, non senza difficoltà e critiche, i 60 anni dalla nascita dell’Unione Europea. Un lungo e finora ineguagliato periodo di assenza di guerre nel nostro continente europeo. Qual è stata la spinta, la forza, l’idealità che ha permesso che questo si avverasse?
  1. A dire il vero, la pace del lunghissimo dopoguerra dopo il 1945 non credo sia dovuta tanto a motivazioni ideali quanto ai rischi, ed alla loro corretta percezione. Io sono nato e vissuto per decenni in epoca di guerra fredda, cioè un’epoca in cui esisteva un equilibrio del terrore fra due soggetti internazionali, due superpotenze, che erano in grado di garantirsi la mutua distruzione reciproca. Questo è stato il vero pilastro della pace: il terrore della distruzione. Senza un livello di deterrenza così elevato è estremamente improbabile che una pace di questo genere sarebbe durata tanti decenni. Anche in passato esisteva la deterrenza, ma non era la deterrenza perfetta, cioè quella che garantisce l’assoluta distruzione di entrambi i contendenti. Esisteva una forte deterrenza anche prima della I G.M, ma era una deterrenza imperfetta, tanto è vero che anche allora c’è stato un lunghissimo periodo di pace, che però ad un certo punto si è sgretolata. Dopo il 1945 la deterrenza era così forte da inibire le pulsioni allo scontro fra le potenze nucleari, almeno fino a questo momento: e noi speriamo che duri così!

Ciò detto, sono convinto che gli sforzi di tutti coloro, e sono stati milioni di persone, che credono nei valori della pace, siano stati importanti, ma credo che il fattore decisivo sia stato il reciproco, salutare timore dei due grandi nemici, USA e URSS.

 

Diverso è il ragionamento sulla costruzione europea, che è effettivamente partita con grandissime idealità. I padri fondatori volevano porre termine per sempre al “suicidio d’Europa”, vale a dire alla grande guerra civile europea combattuta in due riprese fra il 1915 e il 1945, con una breve pausa in mezzo. E l’unica via era quella dell’integrazione, che doveva riguardare l’economia e le istituzioni, ma anche la creazione di una cittadinanza comune.

A questo proposito, non dimentichiamo che le ambizioni dei promotori dell’unificazione – De Gasperi, Adenauer, Schuman – erano allora molto più elevate di oggi: dopo la Ceca e l’Euratom si voleva dar vita ad una Comunità europea di difesa, cui sarebbe seguita la formazione di una Comunità politica. Purtroppo, quel disegno è stato sconfitto e ci si è dovuti accontentare della lunga marcia attraverso l’integrazione economica, sperando che prima o poi avrebbe favorito quella politica. Invece non è stato così ed oggi tocchiamo con mano i limiti di un’integrazione funzionalista, che non riesce a compiere il salto di qualità dell’integrazione politica e quindi rischia di regredire.

 

  • E’ infatti l’aspetto politico quello che manca, su cui puntano le forze populiste..
  1. Certamente, perché mancanza di politica non vuol dire soltanto mancanza di istituzioni, vuol dire anche mancanza di idealità, perché dietro la politica c’è l’impegno, ci sono le visioni, ci sono le grandi mete che rendono accettabili la fatica del quotidiano e le rinunce agli interessi particolari. Senza obiettivi alti, rimangono soltanto gli egoismi dei mercati, il peso della burocrazia, i compromessi estenuanti con i quali si va poco lontano.

 

Ma è proprio vero? Paesi Baschi, Irlanda del Nord, la disgregazione della Jugoslavia….

  1. E’ la conferma di come la storia non va avanti dappertutto con il medesimo ritmo. Dalla metà dell’800 in poi l’Europa è stata il continente degli stati nazionali. Questi sono entrati in crisi dopo la II GM, ma non sono stati sostituiti da altre aggregazioni su base volontaria. Nella transizione, sono venuti allo scoperto i limiti di alcuni processi di nazionalizzazione, come in Spagna e Irlanda. Contemporaneamente, sono falliti anche i progetti di integrazione dall’alto, come il blocco dei paesi dell’est all’ombra dell’egemonia sovietica e la federazione jugoslava a guida comunista e la stessa federazione sovietica. Lo sfascio di quel disegno ha bruscamente riportato in auge proprio quella dimensione nazionale che nella parte occidentale del continente si stava cercando di superare. Al tempo stesso, le modalità della crisi – pensiamo alla Jugoslavia o al Caucaso – hanno ribadito che porre il principio di nazionalità alla base della costruzione degli stati è possibile solo passando attraverso spaventose “semplificazioni etniche”. A cavaliere del nuovo secolo quindi, ci si è ritrovati con una parte occidentale d’Europa che ambiva ad integrarsi, ma non aveva la forza per condurre il processo fino in fondo; ed una parte orientale dove invece prevaleva la riscoperta della nazione e nell’integrazione europea vedeva solo l’occasione per raggiungere il benessere a lungo invidiato. Mettere assieme le due dinamiche è stato difficilissimo. Poi è arrivata anche la crisi economica, che non aiuta mai, e si è precipitati in un bel caos…

 

 

 

  • Almeno la separazione tra Cechia e Slovacchia non è stata cruenta…..
  1. Sì, quello è stato un processo virtuoso, il che mi pare confermare che la politica – cioè la capacità di scegliere, combinando analisi delle forze ma anche valori – è decisiva nell’orientare le crisi verso uno sbocco oppure un altro. Nel caso invece della Jugoslavia la politica ha orientato la crisi verso lo scontro, sulla base di una serie di calcoli di potere, fra l’altro largamente sbagliati. E quindi direi che il differenziale è dato proprio dalla qualità della politica.

 

  • Il 25 marzo 2017 si è tenuto a Roma l’incontro dei capi di governo dei 27 paesi europei per rinnovare l’impegno alla costruzione della casa comune europea, tutto si è svolto in luoghi chiusi e protetti, con grande spiegamento di forze a protezione del summit; nella stessa giornata a Milano papa Francesco ha incontrato cittadini comuni, celebrato funzioni religiose in piazza del Duomo, allo stadio e al parco di Monza con la presenza di quasi un milione di persone. Quale differenza possiamo cogliere tra questi eventi e il rapporto tra i leader e la società che li esprime o a cui si rivolgono?
  1. Credo che sia prima di tutto un problema di credibilità. Credibilità del messaggio, perché quella della tenerezza e della speranza è una proposta che non ha eguali in una società disorientata e impaurita. Il progetto dell’integrazione europea invece in questo momento non commuove nessuno, perché ha perso lungo la strada la sua carica di valori. Chi può appassionarsi ai regolamenti di Bruxelles? E poi credibilità di papa Francesco, che sa parlare al cuore delle persone offrendo loro non pacchetti di regole da osservare o verità da contemplare, ma calore umano, solidarietà, conforto: insomma, amore, specialmente per chi ne ha più necessità. Francesco non addita la via, ma la percorre assieme noi, come ha fatto Gesù. Questo è un carisma particolare, che va molto al di là della semplice abilità comunicativa, e nella Chiesa ce n’era un gran bisogno. Una credibilità personale del genere nessuno dei leader politici se la sogna nemmeno!

                  – e questo penso che sia un aspetto critico della realtà europea…

  1. Sì, ma non solo europea. Il caso clamoroso è quello degli USA, dove esisteva – dal punto di vista degli europei democratici & progressisti – un leader che era il migliore possibile: giovane, bello, simpatico e anche nero, non gli mancava nulla, e non ha lasciato niente di solido. Via lui, l’elettorato si è spostato tutta dall’altra parte, perché il successore designato – che andava sempre benissimo agli europei democratici & progressisti, perché era bravo, intelligente, preparatissimo e anche donna – non aveva credibilità personale, mentre il clown venduto ai russi sì.

C’è anche da dire, che in situazioni di perdurante difficoltà, come ad esempio una crisi economica che l’occidente non ricordava da tempo, gestire il potere invece che consenso può suscitare rifiuto pregiudiziale, perché le scelte innovative spesso sono impopolari, mentre il non scegliere per paura di bruciarsi aggrava la crisi.

 

 

  • E’ affermazione comune che il benessere di cui godono i cittadini del nostro mondo occidentale è responsabile degli squilibri, dello sfruttamento e delle tensioni politiche e sociali del cosiddetto sud del pianeta. Per estensione potremmo dire anche che la pace di questi 60 anni in Europa è stata ottenuta sulla pelle soprattutto dell’Africa?

 

  1. Sul fatto che buona parte del cosiddetto sviluppo dell’occidente sia stato pagato dal resto del mondo, mi pare che non ci siano dubbi, almeno dal XVIII secolo in poi. Non credo invece che la lunga pace europea – che Dio ce la conservi! – sia avvenuta a spese dell’Africa. Il pilastro è stata la deterrenza e l’Africa, come del resto molti paesi dell’Asia e dell’America latina, sono stati usati come terreno di sfogo delle conflittualità fra i blocchi che non potevano esplodere in maniera diretta. Da questo punto di vista, una terza guerra mondiale c’è già stata ed è stata la “guerra fredda”, che era conflitto globale – strategico, ideologico, economico, propagandistico – e che ha lasciato vincitori e vinti. Anche se non distrutta fisicamente, sempre in forza della deterrenza, la Russia ci ha messo un quarto di secolo a ritornare ad uno status che vagamente ricordi quello degli anni ’80. Fra le due guerre mondiali alla Germania bastarono meno di vent’anni.

 

–  Hai citato papa Francesco, e la sua ormai famosa definizione di ‘guerra mondiale a pezzi’, anche

se non condividi la sua  affermazione,  ha senso parlare di  guerra mondiale a pezzi?

 

  1. Dal punto di vista delle vittime tutte le guerre sono mondiali, perché distruggono il loro mondo…. E papa Francesco accompagna le vittime nel loro percorso di sofferenza, così come fa Cristo sempre con noi.

Sotto il profilo analitico, credo convenga parlare di un periodo di conflittualità sregolata, perché nel dopo guerra fredda gli USA hanno clamorosamente mancato il loro ruolo di unica superpotenza imperiale, capace di regolare le dinamiche internazionali. In Europa siamo oggi particolarmente sensibili verso   questi conflitti, perché in qualche misura ci coinvolgono. I genocidi in Cambogia o in Ruanda suscitavano la nostra giusta indignazione, ma le loro vittime non venivano a cercar rifugio da noi, così come la violenza endemica ci sembrava distinguere altre plaghe, mentre adesso il terrorismo ci colpisce al bar, e questo ci destabilizza.

 

–  la perdita di ruolo di potenza degli S.U. e  anche del mondo sovietico, ha dato spazio  ad altre pulsioni, come se non fosse possibile l’esistenza di aree libere da dominii globali, insomma come il vuoto non esiste, così non può esserci uno spazio libero da interessi e pressioni!

  1. E’ scontato che i vuoti di potere attirino gli appetiti di chi il potere ce l’ha e vorrebbe farlo pesare per aumentarlo ancora. E’ così che funziona il sistema internazionale. L’insieme di regole che gli stati si sono dati per gestire i conflitti tenta di limitare gli effetti devastanti delle dinamiche competitive, ma la ricerca dell’equilibrio è un’arte difficile, dagli esiti sempre provvisori. Del resto, anche nella vita umana il condizionamento zero non esiste, ma non per questo – se siamo persone mature – ci lasciamo andare in balia delle influenze esterne ed anzi, tutti noi cerchiamo di crearci una strada che sia proprio nostra. Spesso tentiamo anche di disegnarla alla luce non solo dei nostri interessi, ma anche dei nostri ideali. Lo stesso accade nell’ambito delle relazioni internazionali. Nei maggiori consessi non si teorizza più il “sacro egoismo”, come normalmente si diceva cent’anni fa, e questo è già un progresso. Poi, nella pratica, combinare strategie di crescita umana e di solidarietà con il calcolo realistico delle forze e con la complessità del mondo attuale, è la sfida più alta della politica, che qualche volta incontra il successo ed altre no. La Speranza che abbiamo ci porta a pensare che, anche al di là dei risultati immediati, nessun impegno sincero per il bene comune è mai sprecato.

Tornando ad uno sguardo sull’Europa, potresti aiutarci a mettere meglio a fuoco come sono cambiati gli assetti politici e di potenza dalla fine della II G.M. ad oggi?

  1. Nel 1945 l’Europa continentale era un vuoto da riempire e la Gran Bretagna – all’Europa da secoli contigua ma esterna – in piena crisi di dissolvimento imperiale. Il vuoto è stato diviso a metà fra USA e URSS ed è stato riempito in maniera molto diversa. L’imperialismo americano è stato su invito ed ha favorito la più lunga e clamorosa stagione di sviluppo della metà occidentale del continente, fino alla metà degli anni ’70. Anche la Gran Bretagna, ormai completamente ridimensionata, è stata risucchiata nel vortice positivo. L’imperialismo sovietico è stato decisamente meno gradito, ha creato regimi totalitari e consentito livelli di sviluppo decisamente minori. Il differenziale politico ed economico ha generato una forte attrattiva dell’Europa occidentale su quella orientale. Dopo il crollo del comunismo l’integrazione fra le due parti d’Europa è stata però assai problematica e l’allargamento, per ragioni strategiche, dell’Unione a tutti paesi dell’Europa ex comunista ha contribuito ad annacquare il processo di integrazione. Oggi, dopo la lunga crisi economica, la Brexit ed il montare dei populismi antieuropei, si suole dire che l’Europa è ad un bivio. Speriamo sia ancora vero….

 

  • Affrontiamo ora il tema delle migrazioni: Le guerre e gli assetti successivi causano quasi sempre spostamenti ed esodi di popolazioni. Questo è avvenuto anche alla fine della II GM, si può tracciare un parallelismo con le migrazioni odierne?
  1. Fenomeni migratori di grande rilievo ci sono sempre stati, per motivazioni diverse. Limitandoci all’Europa degli ultimi secoli, possiamo notare tre grandi fasi. La prima – tra il XVI e il XVIII secolo – è quella in cui l’Europa spopola il mondo. Dopo la “scoperta” degli altri continenti, gli europei cancellano dalla faccia della terra praticamente tutti gli abitanti indigeni dell’America e dell’Oceania. Per sostituirli, parte la grande tratta degli schiavi, che è una migrazione forzata. La seconda è la fase in cui l’Europa ripopola il mondo: il vecchio continente vive un boom demografico e la grande emigrazione dell’800 fino alla prima guerra mondiale riempie i continenti “vuoti” con milioni di uomini bianchi. Nella terza fase è l’Europa, ormai in fase di declino demografico, che viene ripopolata da genti extraeuropee, provenienti da paesi sovrappopolati e sottosviluppati. Non accade da oggi: la Germania degli anni ’60 avrebbe avuto serie difficoltà a sviluppare la propria industria senza il contributo dei Gastarbeiter turchi.

All’interno di queste grandi dinamiche, ce ne sono altre particolari, come gli spostamenti forzati di popolazioni per ragioni politiche. Nell’Europa del ‘900 questi sono dipesi soprattutto dai processi di nazionalizzazione, culminati nella costruzione di “stati per la nazione”, in vastissime aree precedentemente plurilingui e multiculturali: processi che hanno lasciato cospicue minoranze nazionali dalla “parte sbagliata” delle nuove frontiere, fino a quando non sono intervenuti gli spostamenti di massa a “semplificare” la situazione etnica. In genere questi sono avvenuti in concomitanza o come conseguenza di eventi bellici, perché solo in un contesto di guerra può svilupparsi un livello di violenza tale da innescare i grandi spostamenti. Casi tipici sono: lo scambio greco-turco agli inizi degli anni ’20; le deportazioni naziste e staliniane durante la seconda guerra mondiale, l’espulsione dei tedeschi dal centro-Europa dopo il conflitto, l’esodo degli italiani dall’Istria e da Fiume. Lo stesso fenomeno è avvenuto anche fuori d’Europa, come mostra l’esempio dell’enorme scambio di popolazioni – con una quantità elevatissima di vittime – fra India e Pakistan dopo l’indipendenza indiana.

Oggi i flussi migratori verso l’Europa sono principalmente di natura economica. Il numero dei rifugiati politici è proporzionalmente molto minore, anche perché la maggior parte dei rifugiati dal Medio oriente non arriva in Europa, ma si ferma nei paesi limitrofi.

– Migrazioni, guerre, confini, tutto in movimento. E il nostro confine orientale ne ha fatto una frequente esperienza in questi ultimi cento anni. Ma c’è un modo per definire un’identità di popolo e i suoi confini?

  1. C’è ne sono tanti, solo che cambiano nel tempo. Il concetto stesso di popolo cui di solito facciamo riferimento risale all’età del romanticismo ed è strettamente connesso con lo sviluppo dell’idea di nazione, che è anch’esso un fenomeno ottocentesco. Allo stesso modo, è appena fra ‘800 e ‘900 che si afferma l’idea che ad ogni nazione deve corrispondere uno stato (salvo non mettersi d’accordo su chi ha diritto a chiamarsi nazione), separato dagli altri da confini/barriera. Precedentemente, e per molti secoli, valevano altri principi identitari: l’appartenenza religiosa, la fedeltà dinastica, il patriottismo locale… e anche i confini non avevano affatto l’andamento lineare, continuo e impermeabile cui ci ha abituati la contemporaneità.

Dopo due guerre mondiali in Europa gli stati nazionali sono entrati comprensibilmente in crisi, anche perché ampiamente superati dalla dimensione globale dell’economia. Per un certo periodo, è sembrato che le nuove identità potessero essere quelle glocali. Invece, forme identitarie alternative a quelle nazionali non si sono affermate. Al contrario, il paradigma degli stati nazionali si è diffuso anche nei paesi in uscita dagli imperi coloniali, alimentando molte conflittualità. In Europa poi, le sperimentazioni post- e sovra-nazionali sono finite male: questo è evidentissimo per le forme di integrazione imposte, come nella metà orientale del continente, ma anche quelle spontanee, come quelle dell’Europa occidentale, non hanno saputo dar vita a nuove narrazioni identitarie credibili. La conseguenza è, che di fronte ad una crisi economica prolungata, che ha reso più arduo affrontare le conseguenze dell’attuale fase di transizione, rispuntano come ancoraggio dell’insoddisfazione proprio le vecchie identità nazionali, declinate in maniera angusta ed egoista.

– Un’ultima domanda Raoul, a cui non ti chiedo di rispondere come storico: cos’è per te la pace?

  1. La speranza ultima. Non sarà mai realizzata pienamente, perché il conflitto è uno degli aspetti della nostra situazione strutturale di peccato, ma appartiene all’orizzonte della nostra vita. Dire pace è come parlare del Regno di Dio: non dipende da noi, non possiamo affrettarne la venuta completa neanche di un attimo, ma contemporaneamente è già in mezzo a noi quando ci lasciamo accompagnare da Gesù. Per questo, anche in mezzo ad ogni logica di guerra, noi siamo beati – cioè seguaci di Cristo – solo se impegnati a costruire la pace.

(trascrizione dell’intervista a Raoul Pupo del 27/3/17)

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